Il piacere di essere un lettore (anonimo)

Libro Cuore Piacere lettura

All’inizio c’è un pomeriggio grigio come tanti altri, trascinato nell’inerzia colpevole di abdicare ai propri doveri di studio, ricerca, analisi e produzione di materiale intellettuale inedito, dotato di una certa originalità contenutistica e competenza in materia.

Il senso critico che dovrebbe accompagnare questa operazione molto seria si è annacquato nel the delle cinque passate, abbandonato a poco meno di tre dita dalla fine, nel momento in cui è diventato impossibile evitare i fiori di lavanda e sambuco galleggianti con tutta la loro segreta promessa di energia e felicità ritrovate. Fuori i lampioni grondano pioggia e nebbia: scene da un raining day londinese, sennonché siamo in una piccola via a traffico limitato a Bologna, in novembre.

Ho intorno a me una natura morta di libri, computer, fotocopie martoriate di sottolineature variopinte che chiede di essere agita in qualche modo e non contemplata con esitazione, sospetto, confusione, a seconda dello stato d’animo del momento.

Improvvisamente risale alla memoria un appunto mentale preso la settimana scorsa, sulla presentazione dell’ultimo libro del Tale Scrittore alla Tale Libreria. Scrittore che è proprio scrittore di professione e non giornalista, professore, istrione televisivo, artigiano editoriale, dispensatore di cesellati pareri dalle pagine dei quotidiani, né un ibrido colluso col mondo cinematografico (non più, almeno). E questa sarebbe una ragione sufficiente, di andare a rendere omaggio a chi riesce a vivere di sola scrittura, tenendosi degnamente sulla linea di confine tra letteratura e romanzo di consumo. Senza  contare il peso romantico della nostalgia di aver letto e amato alcuni dei suoi libri più riusciti, in un tempo in cui non mi aspettavo che sui libri ci fosse necessariamente da dire qualcosa di più di quello che portavano scritto dentro.

Il freddo che immagino imperversare dietro i vetri basterebbe a intridermi le ossa e congelare istantaneamente ogni proposito di movimento, ma in un rigurgito di intraprendenza mi viene in mente che, se la mattina ci laviamo la faccia con l’acqua fredda, per riappropriarci della dose minima di vitalità necessaria a iniziare la giornata, uscire nel freddo potrà strapparmi alla letargia di questo pomeriggio improduttivo.

Posso così assolvermi e dare un senso alla giornata, calandomi idealmente nelle vesti di – ho l’imbarazzo della scelta – aspirante critica letteraria, giornalista mancata, pseudo scrittrice in erba desiderosa di illuminazioni sulla via della narratività e di modelli da emulare, lettrice spasimante, in una climax che rapidamente mi ridimensiona alla giusta statura della mia  indolenza e sfiducia nelle mie potenzialità.

Mi vesto con la velocità massima atta a passare dalla sciatteria domestica a una decorosa presentabilità ed esco, perché sono già in ritardo. E infatti arrivo che tutti sono già accomodati e lo Scrittore sta già parlando della fatica dello scrivere e dello stupore della creazione.  Ma la sofferenza della gestazione è compensata dalla sorpresa di avere tra le mani il prodotto della propria fantasia, sempre diverso da come lo si era immaginato e, quindi, nuovo, mentre le smanie per la coerenza  e verisimiglianza dei personaggi sono ripagate dal divertimento di ritrovare in essi qualcosa di se stessi o di ciò che si sarebbe potuto essere.

Quando, con repentino scatto egoista riesco a conquistare una seggiola – non siamo in autobus, del resto! – lo Scrittore inizia a leggere estratti dal ponderoso romanzo: seduta sul morbido, avvolta dal caldo, la sensazione da “fiaba davanti al caminetto” è raggiunta. Posso dondolarmi in un questo incantamento per almeno venti minuti, prima che la riemersione alla realtà mi attanagli con il dubbio tipico di questo genere di eventi, quello se cedere al fascino del feticcio o abbarbicarsi virtualmente agli scaffali della propria libreria con tutti i libri intonsi che già aspettano da tempo di essere letti, e pazienza se non hanno nemmeno uno straccio di autografo per farsi belli! Inoltre, c’è tutta una serie di considerazioni molto spicciole da fare.

Un libro costa molto, un libro appena uscito costa moltissimo. Anche con lo sconto-strizzatina d’occhio del 25%, costa comunque una cifra sensibile. Così devi proprio averne voglia, devi superare il pudore della parsimonia, la pigrizia del portafoglio, una pigrizia di natura molto pragmatica, nata direttamente dall’istinto di conservazione del tuo menage mono-familiare di borsista universitaria sconcertata dall’imminenza dei trent’anni.

A riprova del fatto che, nell’acquisto di un libro, il dato economico non è da sottovalutare, un ragazzo fermo accanto a me ha appena deciso di privarsi dell’ultima uscita del suo scrittore preferito – probabilmente aspetterà l’edizione economica – e si avvia verso la riscossione del suo souvenir d’écriture con un semplice foglietto in mano. Io mi rigiro il librone tra le mani e decido una volta per tutte che lo leggerò per il nobile scopo di verificare se i propositi di sperimentazione linguistica e coralità sono stati effettivamente raggiunti dall’autore. Lo compro.

Sono la penultima della fila, ho tempo di trepidare e pensare. A domande, elogi, qualcosa da dire. Potrei uscirmene con un giudizio folgorante sulla sua produzione letteraria, palesargli remissivamente le mie velleità artistiche, complimentarmi in modo forbito. Oppure chiedergli come si fa a tenersi stretto un numero cospicuo di lettori in un mondo che brulica di aspiranti scrittori, chiedergli quale forma di disciplina interiore ci si impone per arrivare alla fine di un romanzo.

Gli porgo la mia copia, dico il mio nome, scarabocchia una sigla, me la rende. Sorrido, dico:

– Grazie.

La pigrizia della timidezza è la più difficile da superare.

Rossella Di Berardo

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Il pareggio di bilancia

Colussi Lombardo Valori Nutrizionali

Oggi parliamo di un gravissimo attentato alle nostre velleità di raggiungimento del peso forma. Chiunque abbia problemi di peso, vuoi per sedentarietà, vuoi a causa di papille gustative eccessivamente sviluppate, vuoi per colpa di livelli ormonali equilibrati come l’umore di un adolescente, ha familiarità con etichette come quella di cui sopra, che illustrano i valori nutrienti del cibo che, disgraziatamente, ci apprestiamo a introiettare nei nostri tessuti adiposi.

Sulla base di questi nutrienti, facciamo calcoli complessi, mediante alambicchi tipici del terzo millennio come bilancini digitali e app che gestiscono la nostra dieta, e calcoliamo con la precisione di un alchimista le successive porzioni di cibo che l’infausta, infelice giornata potrà ancora riservarci, senza violare i parametri UE e senza sforare il pareggio di bilancio. Anzi: di bilancia.

L’immagine che vedete sopra riguarda proprio l’etichetta di un prodotto da prima colazione: i biscotti Colussi Lombardo, che competono nella categoria degli Oro Saiwa e di altre prelibatezze da vorrei-ma-non-posso. Se li mangiate, di solito (a meno che non abbiate una particolare ossessione per i biscotti secchi) è perché per voi le calorie contano. Cento calorie in più, a fine giornata, fanno la differenza tra il potersi permettere un microgrammo di panettone, coltivando l’illusione che in fondo siete come tutti gli altri, e andare invece a letto fingendo indifferenza, con lo stesso disprezzo del cibo di un anacoreta, o più probabilmente con lo sguardo della volpe che disdegna l’uva e chi se ne ciba fino a satollarsi.

Così inserite nella vostra app (tipo, così a caso, MyFitnessPal) i valori nutrienti riportati per singolo biscotto. Ne avete mangiati 5 e dunque il conto è presto fatto: grassi saturi e insaturi a parte, siamo sulle 130 Kcal. Bene, dite voi. Ma siccome siete tipicamente dei disturbati mentali, vi accorgete che i valori dei carboidrati, degli zuccheri, del sodio e di altri dati di cui non potete assolutamente fare a meno non vengono calcolati bene se inseriti per singolo biscotto, perché il software arrotonda per difetto e dunque resta tutto a zero. Assolutamente intollerabile! Per fortuna, oltre alla colonna che riporta i nutrienti per singolo biscotto, c’è anche quella che si rifà alla razione standard da 100g. Così inserite nella vostra appa il nuovo cibo, basandovi sui nuovi valori di fibre, proteine, lipidi, che al confronto il piccolo chimico vi fa un baffo. Avendo ora, però, le dosi rapportate alla razione di 100 grammi, dovete ben sapere quanti grammi di biscotti avete mangiato (non basta più dire che erano genericamente 5). Così pesate il vostro biscotto sul vostro super bilancino ultra-preciso, pagato una fortuna, che manco al Cern di Ginevra, con i microscopi elettronici, riescono a raggiungere tutte quelle cifre decimali.

E’ adesso che il vostro mondo va in pezzi. Già, perché scoprite che un singolo biscotto pesa 6.6 grammi o giù di lì. Il che, moltiplicato per 5 (e per sicurezza, non credendo ai vostri occhi, ne pesate cinque tutti insieme, sostituendoli più volte per accertarvi che non vi siano biscotti difettosi nel campione), fa circa 33 grammi. Cosa non torna? Semplice: se calcolate il numero di calorie basandovi sulla razione di 100 grammi (440 Kcal) e ne ricavate il valore relativo a quella sporca cinquina di biscotti, ottenete 145,2 kcal (440:100 x 33). Con orrore, vi accorgete che la razione dichiarata, come da tabellina, e ricavata dalla colonnina dei valori per singolo biscotto, differisce per difetto, e anche notevolmente: 26 x 5 = 130 kcal!

Attentato! Stavate segnando 130 kcal invece di 145,2. Significa che avete ingurgitato oltre 15 kcal in più rispetto a quelle che credevate, ovvero 106,4 kcal in più a settimana: 471,2 al mese, 5654,4 kcal all’anno! Significano cinque o sei pizze che avreste potuto permettervi, scegliendo un altro biscotto, e che invece avete rifiutato sdegnosamente. Oppure, ancor peggio, significa che ha ragione l’ago della vostra bilancia, e non la vostra app: quegli etti di troppo che tanto vi rattristano quando salite sul piatto della tortura non sono frutto delle batterie scariche, ormai da sostituire, né di un difetto dell’apparecchio, né del fatto che la vostra vescica conservi preziosamente parte del vostro liquame giallo oro, o che il vostro colon non abbia ancora evacuato il suo contenuto nell’ultimo modello di water pesa escrementi (esistono, sapevatelo). No: ha ragione la bilancia, e torto voi. E tutto perché vi siete fidati di un’etichetta.

Non sapremo mai se la colonna giusta è quella che riporta i valori energetici e nutrizionali per 100 grammi, oppure se è quella che li riporta per singolo biscotto. Sta di fatto che la cosa risulta incresciosa e alimenta il sospetto che la concorrenza si giochi anche su questi piccoli dettagli: quando la casalinga di Voghera (o il manager super attento alla linea) scelgono dagli scaffali dei supermercati i loro biscotti preferiti per la prima colazione, per comodità vanno subito alla colonnina dei valori calcolati per singolo biscotto (chi, infatti, la mattina si mette a pesare i biscotti anziché contarli, se non chi è all’ultimo stadio dell’ossessione alimentare?): leggere 26 anziché 29 può fare la differenza tra comprare i biscotti secchi di una marca anziché di un’altra.

Ma certo, potrebbe anche essere sballato il bilancino superpreciso del Cern. Si attendono vostri riscontri rigorosi, da effettuarsi nel vostro laboratorio fisico-nucleare di fiducia. Ma non ditelo allo psicoterapeuta che vi segue: potrebbe aumentarvi la dose di Prozac.

da: Il pareggio di bilancia